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Le Ceneri di Pasolini? di Oliviero Beha..

  • 28 ott 2015
  • Tempo di lettura: 2 min

In vista del quarantennale della sua morte violenta, lunedì prossimo, Pier Paolo Pasolini è stato tirato fuori dai cassetti con largo anticipo in una profluvie di iniziative: si sa come avviene ormai nei media, bisogna bruciare i concorrenti sullo scatto di memoria e così tutto avviene prima. Si è detto e scritto più dell’assassinio del poeta, che di lui e delle sue opere. Normale: il primo è ancora nebuloso, le seconde sono lì a disposizione in ogni momento, non è l’anniversario che le espone. Che omicidio è stato quello dell’Idroscalo? Una “semplice” faccenda da “marchettari”? Marchettari su commissione? Ed eventualmente “politica”? E da parte dei fascisti o del potere democristiano generico e specifico attaccato nei suoi scritti da Pier Paolo? Oppure (cfr. il suo amico pittore Zigaina) un “suicidio per delega” in un contesto paleocristiano della psiche di Pasolini?

Niente è davvero chiaro, anche se la spiccia ma sensata testimonianza di un collaboratore di giustizia come l’ex boss della banda della Magliana, Mancini, fa notare che un omicidio davvero politico, su mandato del “mondo di sopra” per restare al Carminati attuale, dopo averlo utilizzato in qualche modo non avrebbe lasciato campare un ragazzo incontrollabile come Pino Pelosi.


Resta la figura dell’intellettuale forse più ingombrante del primo quarto di secolo nel secondo dopoguerra, e naturalmente le sue opere, visionarie, profetiche, di una decadente vitalità (sfiorando l’ossimoro), senza ironia ma con uno spessore insieme ideale ed emozionale formidabile. Timidamente, affaccio l’ipotesi che per ricordarlo, come accade in molte parti del mondo dove si vedono i suoi film e si traducono i suoi libri così vari nel genere eppure con un denominatore sempre comune e riconoscibile, forse bisognerebbe aggiornarlo con qualche interrogativo. Non tanto e non solo il meccanicistico “Chissà che ne avrebbe pensato Pasolini?”, bensì con uno sguardo allargato al contesto contemporaneo. Come se Pier Paolo ponesse dei dubbi a Pier Paolo, quarant’anni dopo.


Per esempio: perché oggi non c’è un Pasolini, ovvero perché l’odierno paesaggio intellettuale italiano è pressoché un deserto? Oppure se anche ci fosse, magari rintanato in una biblioteca di provincia o insegnante in quel che resta della nostra scuola, come potrebbe venire alla luce di un sistema mediatico irrimediabilmente corrotto? Questioni di censura, in senso stretto oppure lato, da parte della strozzatura del potere politico-finanziario, da parte del sistema che non lo prevede già di suo, da parte del mercato che è a suo modo una forma censoria di grande selezione? Detto altrimenti, oggi verrebbe pubblicato o messo in condizione di fare teatro e cinema? Oppure essendosi così abbassato il livello dei parlanti/leggenti/vedenti/ascoltanti, uno come lui, del suo spessore, rischierebbe di non essere capito e quindi “venduto”? Sarebbe ostico, un mercante di idee impossibilitato a piazzare la sua merce particolare non più contemplata, sostituita dal gossip, dalla mercanzia superficiale perché è superficiale il popolo degli acquirenti, in una spirale verso l’abisso che di sicuro non mette allegria…?


E’ vero, c’è sempre il web, ma con che spirito uno come Pier Paolo affronterebbe il rischio dello sfiatatoio? Anche per un polemista eccezionale come lui la Rete risulterebbe una lama senza impugnature, che ti ferisce comunque…Ma tranquilli: passata la festa (dei morti), gabbato il poeta, tutto tornerà come prima e le onde della insulsa contemporaneità si ricomporranno in superficie, disperdendone di nuovo le ceneri.


Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano link diretto articolo


 
 
 

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ANTONIO MANCINI

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