In alto la Banda.. (prima parte)
- 12 mar 2016
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Collaboravo con la giustizia ormai da una decina d’anni e per motivi di sicurezza, ogni tanto ero spostato da una cittàall’altra fino a quando non arrivai nella cittadina marchigiana di Jesi, dove risiedo tuttora, e decisi con tutto me stesso che sicurezza o non sicurezza io da Jesi non mi sarei mai più spostato. Perché mi piaceva la città, mi piaceva la gente del posto e soprattutto avevo trovato un’attenzione alle mie problematiche da parte degli agenti di polizia del posto mai riscontrate in precedenza, soprattutto da parte dell’allora giovane Ispettore Capo Angelo Sebastianelli, oggi Sostituto Commissario che guidava la squadra di poliziotti addetti alla mia sicurezza.
Attenzioni che consistevano nell’intervento immediato qualora io e mia figlia Natascia, che aveva deciso di seguirmi fino in fondo nella mia scelta collaborativa avessimo avuto bisogno del dottore, oppure intervenire prontamente dietro mie segnalazioni su movimenti che mi sembravano strani. E qualsiasi altre necessità che ogni collaboratore di giustizia non è in grado di risolversi dopo che lo Stato li ha ridotti in un ibrido di sottospecie vivente né carne né pesce ma utile soltanto per fargli aprire bocca e raccontare…raccontare..raccontare. L’ispettore Sebastianelli era un ragazzo sui trent’anni, alto, fisico atletico e la padronanza assoluta della lingua italiana senza alcuna inflessione dialettale che non mi permetteva di capire quale potesse essere la sua regione di provenienza . Con il passar degli anni e decine e decine di accompagnamenti nei tribunali di mezza Italia dove ero chiamato a portare la mia testimonianza, tra me e il gruppo di poliziotti si era creato un clima di fiducia perché compresero che il mio cambiamento era reale e non opportunistico. E quindi la possibilità che io potessi tornare sulla cattiva strada era assolutamente da escludere.Nei primi anni del duemila iniziai a riflettere sulla mia condizione di “pentito”, termine che io personalmente aborro perché la parola “pentimento” la considero troppo alta per essere usata nelle situazioni come quelle mie.
Il pentimento è una condizione che riguarda l’individuo e QUELLO lassù se c’è e se ci si crede; io preferisco che di me si dica che sono un uomo nuovo. Un individuo che aveva fatto quel po’ po’ di danniE quella riflessione mi portò a considerare che in fondo la scelta di “cambiare vita” era una cosa esclusivamente pro domo mea. Adesso, sentivo che era giunto il momento di rendere indietro alla cosiddetta società civile anche qualcosa di palpabile, azioni e non più parole impresse negli atti giudiziari o distribuite nei vari tribunali dove venivo chiamato a portare le mie conoscenze e le mie verità sui tanti fatti criminali a mia conoscenza. Adesso ero pronto a dimostrare a chiunque volesse stare ad ascoltare, che “nessun uomo nasce quello che è”.Così, una mattina, mentre percorrevo corso Matteotti, la strada principale e dello shopping, tra un’affacciata tra le brilluccicanti vetrine e una scuccata sui culi delle belle donne, ad un certo punto, vidi passare ad andatura d’uomo un pulmino simile a quello del trasporto passeggeri, ma questo era completamente bianco e senza logo o contrassegno di aziende. Sulla fiancata soltanto la scritta ‘ Comune di Jesi’. Alzai lo sguardo sui finestrini e vidi la faccia “buffa” di un ragazzo con lo sguardo spinto nel vuoto e un sorriso indecifrabile stampato sulle labbra appiccata al vetro. Tentai di sbirciare al suo interno per vedere chi e cosa trasportasse ancora, ma riuscii a vedere soltanto l’autista di spalle e il viso dell’uomo che sedeva al suo fianco e lo sguardo rivolto all’interno. Seguii con lo sguardo quel pulmino fino a quando non si infilò in una traversa di corso Matteotti e scomparve ai miei occhi.La faccia del ragazzo appiccicata al vetro mi colpì moltissimo.
Ebbi quell’impulso, che non saprei come altrimenti definirlo, che è stato sempre una sorte di segnale che qualcosa stava succedendo. Era la terza volta che mi succedeva nei miei primi cinquantacinque anni di vita . 1 Per tutto il giorno non feci che pensare a quel pulmino del Comune di Jesi e la mattina dopo ricominciai a pensarci. Sentivo che quel pulmino sarebbe diventato molto importante per me. Così, quando qualche giorno dopo incontrai l’ispettore Sebastianelli, iniziai a raccontagli del pulmino e della faccia “buffa” di quel ragazzo, dalla faccia di Angelo mi resi conto che lo stavo facendo in modo confusionario e infatti, a un certo punto mi stoppò: “ Non ci sto capendo niente…un pulmino…una faccia buffa…”, disse.Aveva ragione, perché per quanto era stato frenetico e agitato, anche mimicamente, il racconto; non c’avevo capito niente neanche io.Raccolsi la calma, mi concentrai sulla scena del pulmino e della faccia “buffa” e finalmente riuscii a fami capire.“Ah, stai parlando del pulmino che trasporta i disabili”, fece lui.“Eh!”, annui io più per non fare la figura dell’imbranato, che per reale convinzione. Certo conoscevo la categoria dei disabili ma non immaginavo minimamente che andassero a spasso con un pulmino. Anzi, mi sorpresi: disabili che vanno cor pulmino, Pensai, boh!Allora, l’ispettore Sebastianelli, mi spiegò che nella città c’erano diversi centri diurni chiamati di recupero dove i ragazzi con disabilità gravi trascorrevano molte ore della giornata.“ Sono utili soprattutto per aiutare i familiari a ritagliarsi anche degli spazi per loro stessi”, disse, “ e naturalmente”, proseguì, “credo che giova moltissimo ai ragazzi stare in contatto tra loro e sotto il vigile controllo di operatori esperti”.“ Ma io nun ce potrei annà dentro a quei centri?”.Angelo sgranò gli occhi, vidi il suo sguardo divertito e poi scoppiò a ridere: “ Ma perchè sei disabile anche tu?”.“No…ma”,farfugliai e poi scoppiai a ridere anch’io.
E mentre ridevo pensavo: bhè, co’ tutti li casini che ho combinato nella vita mia qualche spruzzata de disabilità ce l’avrò sicuramente. Terminata la risata, gli dissi che sentivo il bisogno di rendermi utile alla società contro la quale per anni ho scagliato tutta la mia rabbia addossando esclusivamente ad essa tutti i miei sbagli.“ Capisco”, disse Angelo, “ vedrò di aiutarti, ma scordati i disabili”., concluse secco e preciso.“ Ma perché no?”, replicai.“ Antonio”, fece lui con il suo calmo tono di voce che invita alla riflessione, “ma ti sei dimenticato da dove vieni?”.“No”, risposi abbassando lo sguardo, “ ma tu lo sai che io nun so più quello di una volta”.“Io sì”, disse lui, “ io lo so, ma questo conta poco perché non dipende da me. Ma, dai responsabili del Comune e soprattutto dai famigliari dei ragazzi”.“ E tu non glie lo puoi spiegà?”.“ Che cosa devo spiegare Antonio…”. “Che io non sono più quello de ‘na volta”.Mi guardò a lungo negli occhi, scosse la testa e poi, disse:, “farò un tentativo, ma fin da adesso ti dico che sarà un tentativo impossibile da concretizzare ”.Uscii dal suo ufficio convinto che Angelo aveva detto che avrebbe fatto un tentativo soltanto per non chiudere rumorosamente la porta in faccia alla mia speranza. Ma naturalmente compresi le sue difficoltà. Perorare una causa così difficile non sarebbe stato una passeggiata di salute. E mentre tornavo a casa tentai di immaginare il dialogo tra l’ispettore Sebastianelli e i responsabili del sociale.Angelo: “ Io avrei un collaboratore di giustizia intenzionato a reinserirsi nel contesto della società civile impegnandosi a prendersi cura dei ragazzi disabili”.Responsabili: “ Bene, e’ sempre una bella notizia quando c’è qualcuno che vuole tornare a nuova vita. Eppoi, di persone che vogliono occuparsi di chi ha bisogno ce ne sempre troppo pochi ”. A.“ Lui si chiama Antonio Mancini e sta scontando una lunga pena agli arresti domiciliari”.R.“ Bene bene….”.A. “Ha commesso una serie di crimini molto gravi…”.R. “ Ehhh…”, sospirano comprensivi e responsabili.“ E’ un ex membro della Banda della Magliana…”.R.“……” “Non so avete sentito parlare di quella organizzazione criminale romana….”.E immaginai che a quel punto s’interruppe il dialogo.2Avevo smesso di pensare al pulmino, alla faccia “buffa” e al tentativo che Angelo aveva promesso che avrebbe fatto e continuavo a trascinare le mie interminabili giornate tra tv, libri e quei pochi scampoli di libertà che mi erano stati autorizzati per poter fare la spesa ed altre giustificali incombenze come le visite mediche e farmacie quando una mattina, Angelo mi telefonò convocandomi nel suo ufficio.Pensai alla consegna di uno dei tantissimi atti giudiziari o una convocazione da parte di qualche Corte di Assise.Entrai nel suo ufficio e lo trovai a firmare una montagna di carte.“Siediti”, disse.Mi guardai intorno e notai che gli encomi appesi alle pareti aumentavano giorno per giorno. E per l’ennesima volta, pensai che Angelo dovesse far parte di qualche gruppo operativo speciale. E’ sennò, quante cazzo de operazioni possa fa a Jesi l’encomi me sembrano sempre troppi.“ Allora come va”, chiese dopo aver terminato di apporre firme.“Bene”, risposi.“ Venerdì devi andare al Comune….”.“ A fa chè..?”.“ Non volevi curare la tua disabilità?”, sorrise.“ Me stai dicendo che posso entrare dentro i centri?”, dissi tutto di un fiato.“ Non precisamente dentro i centri”.” E dove allora?”“ Te lo diranno i signori del sociale”, rispose Angelo.Non stavo più nella pelle per la soddisfazione e mentalmente ringraziai la buona sorte che mi aveva dato la possibilità di incontrare l’Ispettore Capo della Polizia di Stato che era riuscito a trasformare l’impossibile in una cosa fatta.“ Venerdì alle dieci, davanti al Comune, ti accompagnerà il sovrintendente Lucidi”, disse congedandomi.Era un lunedì autunnale, sulla città di Jesi il sole si faceva largo tra le nuvolette sparse qua e la nel cielo e sembrava che mi schiacciasse l’occhiolino: e venerdì era lontano da venire.Al rientro a casa iniziai a comporre i numeri sul telefonino delle persone alle quali comunicare la bella notizia: la mia donna di allora; una bellissima maestrina. Mia figlia Natascia, che nel frattempo si era sposata ed era andata a vivere col marito e mia nipote Cheyenne in una città non molto distante da Jesi.
E naturalmente la mia mamma che mi chiamava tre volte soltanto per chiedermi come stavo e lamentarsi di mio fratello Claudio con il quale viveva e che a suo dire la trattava male. Le solite tiritere delle persone anziane che una volta la vogliono cotta, un’altra volta cruda e qualche volta addirittura cotta e cruda allo stesso tempo.La bellissima maestrina espresse compiacimento. Mia figlia disse che era contenta. Mia madre, si allarmò subito: “Ma perché che t’è successo?””.“ Ma che me deve succede mà; niente me deve succede”, sbuffai, “ te sto a dì che la settimana prossima me metto a lavorà co i disabili”.“Ah”, annui, “e che faresti tu in mezzo ai disabili?”.“ Nun lo so perché ancora nun me l’hanno detto”.“ Allora come te lo dico fammelo sapè subito”.“ Vabbè”.Da quando collaboravo con la giustizia, mia madre era molto più preoccupata di quando ero nell’ambiente criminale perché forse pensava che almeno lì avessi amici che mi proteggevano dai nemici. Adesso, invece, mi sapeva solo contro tutti e a nulla servivano le mie assicurazioni.La mattina del venerdì, giorno dell’incontro con i signori del Comune mi alzai di buonora, mi rasai la barba, pettinai i miei lunghi capelli con cura e invece di indossare i soliti jeans sdruciti e felpa col cappuccio. Misi jeans nuovi, la camicia botton down e una giacca blu. Ai piedi, invece dei soliti scarponcini Desert storm che avevano proprio un gran bisogno di una massiccia dose di gomma per camoscio, infilai scarpe da ginnastica bianche e blu, accesi l’ennesima sigaretta, guardai l’ora: le nove e un quarto.
La casa dove abitavo io non era distante dal Comune; dieci minuti e sarei arrivato: dovevo salire una rampa di scale, arrampicarmi sulla salita delle Mura Orientale. Attraversare il basso arco che io scherzosamente chiamavo di Trionfo, attraversare la piazza principale dove c’era il chiosco del mio giornalaio, quattro passi ancora e sarei arrivato davanti al portone del comune. Camminai con passo lento, mi fermai cinque minuti a parlare con Maria Grazia, la mia amica testimone di Geova che voleva convertirmi al suo Dio e ogni tanto con il suo fratello in Geova, Furio, veniva a trovarmi in casa e stavamo ore intere a parlare del loro Dio, di quello degli altri e del mio che non avevo. Salutai Maria e ripresi la mia arrampicataE mentre camminavo, ripensai alle prime volte che Maria e Furio vennero a casa mia; perché a differenza di quei “tipini fini” che espongono cartelli con su scritto, “ vietato l’ingresso a cani e Testimoni di Geova”, a casa mia entrano tutti.Avevo il videocitofono e come vedevo le loro facce serene e sorridenti, schiacciavo il pulsante apriporta e svelto afferravo la Bibbia, il Vangelo, “ La Storia mi assolverà” di Fidel Castro , Ideario di Che Guevara e li mettevo sul tavolo e non appena loro iniziavano a parlare di Geova io li stoppavo e partivo con la solita pippa: “Amici mie, io so contento che voi credete in un Dio che nessuno ha mai visto da nessuna parte. Ma io nun ce riesco proprio. Me piacerebbe pure crede a un essere superiore così quando c’ho qualche je l’accollo a lui; Dio mio aiutame tu, me metto seduto e aspetto che me risolvo la faccenda…”“ Ma il compito di Geova non è quello di risolvere i problemi terreni…”.“ Ah no, “ lo arpionavo, “ il compito suo non è quello de risolvere i problemi terreni, e allora che ce sta fa; è scatenà guerre, carestie e tutte le altre tragedie de ‘sto monno schifoso?”.“ Aspetta Nino, ascolta, leggiamo questo passaggio della Bibbia dove dice…”.“ A Marì”, arpionavo pure lei, “ io nun voglio legge proprio niente perché già, da ragazzino, me so dovuto cibà le Torre de Guardia di mia zia Anita, testimone di Geova anche lei, mò che in qualche modo ho capito come gira er monno, voi me volete riportà indietro? Nzz, no, ve ringrazio ma io resto comunista a vita. “ feci una pausa per aspirare una lunga boccata dalla mia Pall Mall e conclusi con la battuta, “ e l’oppio nun me lo fumo”.“ E che c’entra, anche mio marito era comunista, poi ci siamo sposati, Geova ci ha chiamato e ora siamo felici nella sua parola e nelle sue preghiere”.“ Ah ecco perché de comunisti semo rimasti in poco…se so buttati tutti co Geova”.“Dai, non scherzare su queste cose…”, s’intromise Furio.“ Ma io nun scherzo proprio a Furio”, gli risposi, “io dico sul serio”. E immancabilmente gli sciorinavo le diverse reazioni epidermiche che avevo quando leggevo la Bibbia e il Vangelo e gli scritti di Castro e del Che. “ Se leggo questa o questo”, dicevo indicando le sacre scritture”, me viene un angoscia che nun potete capì”, smorfieggiavo, “ ‘na sofferenza continua e il conto finale con i mascalzoni è sempre rimandato al dopo morti. Se invece leggo questo e quest’altro”, e agguantavo i libri di Fidel Castro e Che Guevara, “c’hai almeno viva la speranza de miglior la tua esistenza e de presentà ar mascalzone de turno er conto finale in qualsiasi momento e non da morto”.
E a quel punto della discussione, durante la quale il pallino lo avevo, al solito, quasi sempre tenuto io, Maria Grazia e Furio, sfiniti si consegnavano al nemico.3Divertito, pensavo a Maria Grazia e Furio e ai tentativi di portarmi nel Regno di Geova, e non mi ero accorto di aver superato il giornalaio e di trovarmi ad un passo dal portone del Comune. Guardai l’orologio, mancava un quarto d’ora all’appuntamento con il Sovrintendente Giorgio Lucidi. Avevo tutto il tempo di tornare da giornalaio, acquistare la mia preziosissima “L’Unità” e riposizionarmi nei pressi del Comune.
Alle dieci precise il sovrintendente Lucidi arriva con il suo metro e novanta di altezza le sue ampie falcate, l’immancabile sigaretta stretta tra le dita, il sorriso sornione, la solita battuta: “ ma dove vai a un matrimonio?”, dice indicando con un cenno di testa la mia insolita mise. E mentre salivamo le scale che portavano negli uffici, la raccomandazione: “ Non fare il solito romanaccio…”.Già, il romanaccio che si presenta con quegli atteggiamenti da ‘fatece largo che passamo noi’. Sorriso al pensiero delle innumerevoli volte in cui me l’ero sentito dire e mi ripromisi di contenere la mia esuberanza.Lucidi disse all’usciere, una signora con un’evidente disabilità fisica, il nome del funzionario con il quale avevamo appuntamento, la donna afferrò la cornetta e ci annunciò.
Entrammo in un ufficio piccolo ma luminoso è molto ordinato dove trovammo un signore seduto dietro la scrivania e un altro uomo seduto dalla parte opposta. Salutammo con una stretta di mano molto cordiale. L’uomo dietro la scrivania, disse il suo nome che io non capii. Poi accennando all’altro signore, disse che Siro, così si chiamava, era il coordinatore dell’unità mobile, ossia colui dirigeva il movimento dei pulmini. Poi ci fece cenno di accomodarci sulle due poltroncine e iniziò dicendo che il Comune era lieto di contribuire alla mia rinascita e di riporre molta fiducia nel mio operato.
Mentre lui parlava io, osservavo le sue sembianze fisiche; era poco più alto del mio metro e settanta circa, un aspetto ben curato, viso perfettamente rasato, un taglio di capelli scolpito ed eleganti occhiali da vista, E dalla mimica e dal tono sommesso della sua voce, non so perché, pensai che doveva essere un signore molto credente, e mi ritornarono in mente Maria Grazia, Furio e la mia zia Anita con le sue Torre di Guardia e il loro Geova più misericordioso del Dio degli altri e anche del mio senza nome.Poi passò la palla al coordinatore che mi spiegò quali erano le mie mansioni. In pratica, io dovevo essere l’assistente dei ragazzi.La mattina, disse l’uomo vestito da lavoro e con le maniere miti e gentili, dovevo salire sul pulmino guidato da un autista del Comune, e passare casa per casa a prendere le ragazze e i ragazzi che dovevano essere accompagnati nei vari centri di recupero.
“ Devi sostenerli e farli salire sul pulmino stando bene attento che non cadano o si facciano male”, disse, e comunque sarà l’autista, di volta in volta, a dirti come agire”. Era un venerdì diciassette, e nonostante che io non sia superstizioso per nulla. Quel giorno, qualche scongiuro lo feci.
La notte poi dormii poco e male. Quella seguente ancora meno. Mentre la notte della domenica la passai completamente in bianco. Mi giravo e rigiravo nel letto e fumai tante di quelle sigarette da affumicare il monolocale. Ero, agitato, nervoso e anche pentito, mò sì, di aver chiesto all’Ispettore Sebastianelli di interessarsi affinché io potessi salire su quel pulmino. Se avessi potuto, sarei volentieri tornato sui miei passi. Ma ormai era fatta e per autoconvincermi che avrei saputo dare il mio di me anche in quel contesto. So o nun so l’omo che c’ha la risposta dove l’altri se devono fa la domanda; mi dicevo pompando l’orgoglio.E con quella botta auto compiacimento di una vita passata, mi feci la doccia, mi vestii da sessantottino che non vuole arrendersi all’evidenza dell’età, dei capelli bianchi e di qualche acciacco, imbracciai la tracolla, accesi un’altra sigaretta, scaricai il fumo contro aprii la porta, uscii sul corridoio e nonostante che la risposta me l’ero già data, scesi lentamente le scale con il cuore in gola.i


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