In alto la Banda.. (seconda parte)
- 17 mar 2016
- Tempo di lettura: 21 min

Il Pulmino Per un paio di anni mi ero chiuso in me stesso. Avevo pochissima voglia di stare tra la gente e ancora meno di ascoltarla. Nonostante la vita passata l’avessi totalmente accantonata, qualcosa ancora mi portavo dietro. Per esempio, il mantenimento degli impegni presi, la parola data e la precisione degli appuntamenti continuavo a considerarli una cosa sacra, perché, nell’altra vita, venire meno ad uno di questi elementi si poteva andare incontro a guai seri e per questo non riuscivo ad abituarmi alla leggerezza con la quale nella nuova vita si potesse trasgredirli e far finta di niente. Così, un bel giorno acquistai due mp3, li caricai di musica e m’isolai completamente dal resto del mondo. Uno lo caricai tutto di rock duro e heavy metal. Dell’altro invece ne feci una compilation di ogni genere musicale. Poiché con le cuffiette infilate nelle orecchie e la musica rigorosamente pompata a palla, era come trovarmi sotto una campana di vetro, spesso accadeva che qualcuno mi chiamasse e per attirare la mia attenzione era costretto ad avvicinarsi e pararsi davanti o toccarmi la spalla: “ Nino, è un’ora che ti chiamo…sempre con quelle cuffiette nelle orecchie non senti e alla lunga diventi pure sordo!”. A parte il fatto che sordo già lo ero abbastanza, pertanto, diventarlo un po’ di più non cambiava di una virgola la situazione. E anzi mi aiutava: perché non era forse per non sentire le solite vuote tiritere di quelle persone con una parola che si consumava un attimo dopo averla data a spingermi ad agganciare l’mp3? E fu con gli Iron Maiden che cantavano Flight of Icarus che feci il mio ingresso all’interno dell’enorme capannone adibito a garage dei pulmini. Bussai alla porta a vetro dell’ufficio, dove sostavano gli autisti, spensi l’mp3, aprii la porta a vetri e salutai con un buongiorno. Erano tutti presi a spandere nell’aria una pipinara di parole e a rivendicarne la ragione. Qualcuno rispose, altri mi sorrisero. Notai anche alcuni di loro che mi squadrarono da capo a piedi e senza incularmisi minimamente ripresero a parlare di giri da fare, lavoro troppo faticoso e stipendi insufficienti. Pensai che gli arroganti fossero dappertutto, e li cancellai immediatamente. Soltanto Siro, il coordinatore, che avevo conosciuto il venerdì precedente nell’ufficio del dottor Torelli (come in seguito seppi che si chiamava il dirigente molto credente), mi accolse con un largo sorriso e un benvenuto. Mi indicò l’autista con il quale avrei fatto il giro: “ Andrea”, me lo presentò con un sorriso rassicurante e la mitezza che avevo già riscontrato lì al Comune, “ti insegnerà come afferrare in sicurezza i ragazzi, le carrozzine e manovrare la pedana”. Annui, guardai in faccia Andrea il mio professore, osservai la sua postura e mi andò velocissimamente sul cazzo. Andrea era sui quarant’anni, fisico robusto e collo invaso da catene e catenine. Stava parlando con un tipo con i baffi di pallone e campionato falsato dagli arbitri pro Juventus. Ogni tanto coglievo lo sguardo incuriosito di quasi tutti i presenti su di me e i miei vestiti e mentalmente ammisi che la curiosità era comprensibile: Un uomo che aveva superato la mezz’età da qualche anno, che ancora si vestiva come un reduce del sessantotto e che aveva deciso di salire sopra un pulmino per prendersi cura di chi stava male, un qualche interrogativo spingeva chiunque a farselo e naturalmente di una sola opzione soltanto: uno sfigato poverocristo La dentro nessuna sapeva chi realmente fossi. Soltanto il sindaco e i responsabili del sociale sapevano chi fossi io realmente cosa che per ragioni di sicurezza dovevano assolutamente tacere. Nemmeno Siro il coordinatore sapeva nulla. Probabilmente su al Comune gli avevano detto che ero un ex detenuto alla messa in prova o qualcosa di simile; ma nulla di più. Alle sette e quaranta io e l’autista salimmo sul pulmino. Andrea si schiaffò in bocca un chewing gum, accese la radio e subito l’abitacolo fu ammorbato dal zumpappà della musica dance: ‘che palle’, mi dissi tra me e me. Aspettai che il “Boney M”, ciancicatore di gomme americane aprisse bocca, così, tanto per conoscerci meglio: ma quello niente…occhi sulla strada e spalle ondeggianti al ritmo della musica, ciancicava con l’aria beata e restò muto fino alla nostra prima fermata davanti alla serranda abbassata di un garage. Scendemmo, l’autista tirò su la serranda, afferrò il telecomando che guidava la pedana e iniziò a spiegarmi il funzionamento dell’aggeggio: Tasto con la freccia orizzontale per farla uscire dalla guida. Tasto con la freccia in basso per portarla a terra. Tasto con la freccia in alto per farla salire. Poi mi indicò il punto dove avrei dovuto collocare la carrozzina. Terminata la lezione, si mise, gambe divaricate e braccia conserte senza smettere un attimo di ruminare la gomma da masticare e aspettammo che dal garage venisse fuori la carrozzina. Io ero disperatamente impacciato e non sapevo che cazzo dire né che cosa fare. Il bandito che aveva la risposta a ogni domanda prima ancora che fosse posta, era scomparso. Sparito insieme alla sua precedente vita. Ripensavo a ciò che mi aveva spiegato Andrea su come manovrare quella cazzo di pedana e mi ritrovai con le frecce intrecciate: ma che cazzo de frecce e frecce; su… giù…de qua…de là… ma vaffanculo a a tutti li filistei…io abbranco la carrozzina e la metto sul pulmino senza manco toccà quer cazzo de telecomando. Mi dissi scoglionato da tutte quelle manovre che avrei dovuto fare. Ma si sa che tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo quel famoso mare e quando il muso della carrozzina fece capoccella sull’ingresso del garage, mi prese un colpo e mi passò la voglia di fare Sansone. Era una di quelle carrozzine a motore massicce e compatte che soltanto una gru avrebbe potuto sollevare. Seduta su di essa una ragazza minuta, in tuta da ginnastica, cappellino di lana in testa, occhiali tondi da vista e uno sguardo vivace che per un attimo fece una panoramica su di me e poi passò a salutare Andrea. Avrà avuto poco più di vent’anni. Accanto a lei, c’era una ragazza all’incirca della sua stessa età. E mentre le due ragazze parlavano con l’autista, io afferrai il telecomando e iniziai a smanettare: Freccia di lato..la pedana venne fuori…freccia in giù…la pedana si mosse, emise un gran rumore ma non venne fuori. La ragazza sulla carrozzina si voltò verso di me e disse bruscamente: “Ho ma che non sei capace?”. “ No, non ancora”, gli risposi alquanto imbarazzato, “ Allora levati e fallo fa ad Andrea”, disse con un tono perentorio. “ No”, rispose l’uomo”, lo deve fa lui così impara”. Già, imparo… però nel frattempo potresti togliermi Dall’imbarazzo dandomi una mano brutto stronzo. Pensai. Comunque, alla fine, dopo uno sforzo di memoria riuscii a far calare la pedana, metterci su la carrozzina, far risalire la pedana e infine collocare la carrozzina nel punto esatto che mi aveva indicato Andrea. Il pulmino ripartì per la seconda tappa e durante il percorso mi presentai alla ragazza: “ Ciao, io mi chiamo Nino e tu?”. Avevo sentito l’autista chiamarla Federica, ma avrei voluto che fosse lei stessa a dirmelo. Ma il suo sguardo d’indifferenza mi passò da parte a parte come se davanti a lei ci fosse un fantasma e non mi rispose nemmeno. Parlava con l’autista in modo molto confidenziale. Gli raccontava cosa aveva mangiato per colazione, cosa aveva visto la sera recedente visto in televisione e della lite con la sorella che non gli voleva far tenere il cagnolino in braccio. Che cazzo c’avrò che nun je piace; ‘sti capelli lunghi? ‘Sta felpa cor cappuccio? St’occhiali? ‘Sti jeans…’sti scarponcini…’sto mp3 o sta faccia da lametta? Embè, è na faccia da borgataro o pasoliniana come dicevano tutti. Chissà se ’sta ragazza sa chi era Pierpaolo Pasolini? Ma poi a me che cazzo me frega de Pasolini che tra l’altro me ritrovo per colpa sua un soprannome che da adito agli avvocati che dentro i tribunali me fanno er contro esame de fa allusione. “ Qual è il suo soprannome?”, domandavano con tono allusivo. “ Accattone”, rispondevo io. “ Bene”, facevano loro sbrigativamente per passare ad altro lasciando così intendere ai giurati che davanti a loro c’era un povero cristo che per rimediare una minestra andava a destra e a manca ad accusare poveri innocenti. Ma io che avevo iniziato a varcare le aule dei tribunali quando loro andavano a scuola, non li lascavo passare, e malgrado i loro tentativi di zittirmi andavo avanti a spiegare alla corte ragioni di quel soprannome e poi, per non farmi mancare nulla, raccontavo di quanti miliardi avevo maneggiato e speso e su quali macchine avevo posato il culo. Ma in finale, mi dissi, a me che cazzo me ne fregava de Pasolini, avvocati e tribunali. Io dovevo conquistare la fiducia di Angelica e di tutte le altre ragazze e ragazzi. E ci sarei riuscito, fosse anche l’ultima cosa che avrei fatto nella mia vita. Nella seconda tappa ci fermamo a prendere un’altra ragazza in carrozzina, ma questa era senza motore. A spingerla era una signora di mezz’età; e poiché si trattava di una carrozzina di quelle normali, le manovre per farla salire furono più agevoli. Orietta, come si chiamava la nuova arrivata, avrà avuto una quarantina d’anni, aveva un viso paffuto, labbra carnose e quando apriva la bocca, appariva una dentatura priva degli incisivi laterali. A differenza di Angelica che continuava a ignorarmi, la nuova ragazza mi guardava e sorrideva. E questo mi agevolò la presentazione: “ Ciao”, dissi chinandomi verso di lei, “ Io mi chiamo Nino… e tu come ti chiami?”. “Orietta”, rispose lei senza staccare gli occhi dall’mp3 che mi penzolava dal collo. “ Come hai detto che ti chiami”, chiese dopo un pò lei alzando lo sguardo e soffiando le lettere. “ Nino”, gli risposi, “ Ni..no”. Ripetei scandendo il nome. “ E’ perché”, domandò sorridendo. “ Bhè”, feci io, “perché la mia mamma e il mio papà hanno voluto chiamarmi così”. “ E lui perché si chiama Andrea?”, chiese accennando con un colpo di testa all’autista. “Perché alla sua mamma e al suo papà piaceva il nome Andrea”. “ A me invece la mia mamma è morta”, disse senza cambiare espressione. “ Mi dispiace Orietta”, feci io prendendogli la mano. E allora quella signora che l’accompagnata chi era? Mi domandai. Io tenevo la sua mano e lei lo sguardo incuriosito sull’mp3. “ Cos’è quello?”, chiese ad un certo punto, “ un telefonino?”. “No”, feci io, “ questo è un mp3”, “ il telefonino è questo”, aggiunsi pescando il cellulare dalla saccoccia della felpa. “ Me lo fai vedere?”. “ Certo”, dissi allungandoglielo. Federica sembrava infastidita da quell’approccio così confidenziale. E Andrea che osservava la scena attraverso lo specchietto retrovisore, mi disse: “ stai attento che te lo rompe”. Aggiungendo che ne aveva già rotto uno all’assistente che c’era prima di me. “ Ah”, feci io senza però nemmeno tentare di toglierglielo dalle mani. Anzi, tra me e me, pensai: ‘sticazzi se me lo rompe. Se posso, me ne compro un altro, altrimenti farò senza, Punto. Ero troppo felice e gasato dal rapporto che si stava instaurando con Michela per fregarmene di quell’aggeggio che il più delle volte era solo un disturbo. Poi, dopo aver girato e rigirato il telefonino tra le mani, me lo rese, e ritornò a interessarsi all’mp3. “ Mi dai quello?”, disse indicandolo con un cenno della testa. “ Certo”, le risposi sfilandomelo dal collo, “ Vuoi ascoltare la musica?”. “Sì sì”, rispose entusiasta facendo su e giù con la testa. Ero uscito da casa con gli Iron Maiden. E lo avevo spento prima di entrare nell’ufficio degli autisti con i Metallica che avevano appena attaccato ‘The four horsemen’, forse, il loro pezzo più veloce, e uno dei più violenti. E proprio per quelle ragioni in primo momento fui tentato di spostare il lettore su una canzone più lenta, magari una ballad, ma infine decisi di lasciare quella. Ma quale violenza, mi dissi, le violenze sono quelle dei Dio..di tutti i Dio..compreso il mio, che li fa nascere così, Abbassai un po’ il volume. Gli infilai la fascetta al collo, gli infilai gli auricolari dentro le orecchie, gli feci una carezza sulla testa, mi appoggiai con il culo addosso alla parete del cassone, allargai le gambe per restare in equilibrio e la osservai per tutto il tratto fino alla terza fermata. Vidi Orietta tambureggiare con i piedi sulla pedana della carrozzina e con la testa fare su e giù con un ritmo molto più lento di quello che era la velocità degli strumenti. Gli sorridevano le labbra e gli occhi. Anch’io battevo i piedi e facevo su e giù con la testa, poi quando la sentii urlare AIAIA’, come faceva il cantante della band, scoppiai a ridere, mi chinai verso di lei e gli stappai un bacio sulla guancia. A Federica quella scena non doveva proprio piacergli perché la osservava con una specie di disgusto sul viso. Andrea, invece, continuava ad ascoltare la musica zumpappà che usciva dalla radio e a scuccarla attraverso lo specchietto retrovisore con un’espressione incredula. Alla terza fermata, trovammo ad aspettarci un ragazzo grasso e robusto, che tentava di divincolarsi dalla mano di una graziosa signora dai lunghi capelli e l’espressione imbronciata. Salutai, la signora non rispose mentre il ragazzo piegò la testa di lato e mi scrutò curioso. Aprii lo sportello del passeggero come mi aveva detto Andrea, sospinsi il ragazzo verso il predellino e lo aiutai a salire. Lui, non prendeva posto nel cassone ma nell’abitacolo, perché altrimenti avrebbe impuntato i piedi, urlato, fatto il diavolo a quattro e si sarebbe rifiutato di salire. Si allacciò la cintura di sicurezza e iniziò smorfieggiare con l’autista che sembrava capire cosa il ragazzo volesse dirgli. Aveva non più di trent’anni, il viso completamente privo di barba, gli occhi piccoli con il taglio orientale e l’argento vivo addosso. Si muoveva continuamente verso Andrea e gli faceva gesti e smorfiacce. Quello faceva un gesto, Andrea gli aumentò il volume della radio e il ragazzo incominciò a zompare sul sedile e ad agitare le braccia. Mormorava suoni che Andrea lo traduceva in parole e rispondeva con altri gesti o azioni.: uno spettacolo. E per un momento invidiai l’autista. Ma chissà quanti anni c’avrà messo pè capillo Così ar volo, pensai in un mò autoconsolatorio. A un certo, Federica ebbe un moto di stizza e con tono infastidito gridò a Daniele di farla finita. Il ragazzo si voltò indietro, fece alcuni gesti con l’espressione rabbuiata verso Angelica che Andrea tradusse,: “Ha detto che non lo devi scocciare perchè sul pulmino non ci sei soltanto tu”. E fu così che scoprii due cose; la prima che quel ragazzo privo di parola, con i gesti era in grado di fare comizi. La seconda, che Angelica di quel pulmino si sentiva la regina e per questo tutte le attenzioni dovevano essere riservate a lei. Mentre Andrea e Daniele continuavano scambiarsi gesti e parole, io tornai a osservare Orietta che adesso teneva l’mp3 tra le mani e se lo girava e rigirava. Notai che aveva l’espressione scura ed evitava di guardarmi in faccia. Pensai che si fosse stancata di ascoltare, gli sfilai uno dei due auricolari e gli domandai se si fosse stufata di ascoltare musica; non rispose e continuò a nascondermi i suoi occhi. “ Orietta, vuoi che te lo tolgo?”. “………”, niente. “ Orietta”,insistei con il tono di voce preoccupato “ vuoi che te lo tolgo?”. “………”, muta. “ Non farci caso”, disse Andrea, “ sono gli sbalzi di umore delle medicine che prende”. Allora gli sfilai l’altro auricolare, gli sganciai la fascetta e me la ficcai al collo io. Mi riposizionai con il culo appoggiato alla parete, divaricai le gambe, mi piegai in avanti e mi soffermai a guardarla. Lentamente la vidi alzare lo sguardo sul mio viso, poi scendere sull’mp3 che penzolava di qua e di la ad ogni scossone del pulmino, risalire di nuovo sul mio viso e poi ritornare sul lettore. Ebbi la netta sensazione che mi stesse dicendo qualcosa. Ma cosa? Istintivamente guardai l’mp3 e vidi che la lucina di accensione era spenta. O si è fuso, pensai, Oppure smanettando lo ha spento Orietta. Infilai gli auricolari, spinsi il tasto di accensione e sentii la voce gutturale del cantante dei Lamb of God vomitare la loro ‘Hourglass’ nelle mie orecchie. Risi con gusto e la rassicurai: “ Tranquilla, Michela, funziona…funziona ancora”. Lei riacquistò il sorriso e mi spedì un bacio con lo schiocco. Davanti ad un elegante cancello della zona ricca della città, il pulmino si fermò di nuovo, spalancai il portellone e vidi in attesa un signore di mezz’età in giacca blu, pantaloni di flanella grigia, camicia celeste, cravatta di un colore azzurro intenso a pois, in testa una coppola grigia striata di blu; e a coprire gli occhi, un paio di occhiali di tartaruga con le lenti scure. Accanto a lui c’era un’anziana signora avvolta da una vaporosa vestaglia rosa che gli scendeva fino alle caviglie. Ai piedi babbucce scure, sopra le spalle,un pesante scialle dai mille colori e sul naso civettuoli occhiali da vista. Un altro paio di occhiali più piccoli e dalla montatura di metallo sostenuti da una catenella argentata, gli penzolava sul petto. Feci per scendere e l’autista mi disse a bassa voce: “Stai attento che è cieco”. Scesi e salutai con un buongiorno. Lui rispose, mentre l’anziana donna, dopo avermi squadrato con un’occhiata di traverso, farfugliò qualcosa che dal tono poteva essere un buongiorno ma anche un vaffanculo. Ci rimasi male, poi presi delicatamente per un braccio l’uomo e lo accompagnai vicino alla pedana laterale. Si muoveva sicuro e sapeva, dove mettere i piedi. Lo aiutai a sedere su uno dei sedili e durante tutto il tempo della manovra, sentii su di me, lo sguardo della donna. Poi, mentre stavo per richiudere il portellone, salutò le due le ragazze, s’informò sul loro stato di salute, raccomandò al suo e si allontanò. Ma prima che il portellone fosse completamente chiuso, la vidi tornare indietro, affacciarsi dalla parte del finestrino, dove sedeva Luigi, e la sentii dire ad Andrea qualcosa da riferire alle operatrici in merito a un problema che durante la notte aveva avuto il suo Giuseppe. Ebbi l’impressione che quella donna non fosse contenta della mia presenza e pensai che fosse per i miei capelli lunghi o più probabilmente per i miei vestiti inadatti per uno della mia età. E vabbè. Mica me posso tajà i capelli e vestimme Da vecchio pè piacè a lei. Ripartimmo per la nostra ultima tappa e dopo un po’ Paolino con lo sguardo puntato davanti a se disse: “ tu sei il nuovo assistente?”. “ Sì”, risposi prontamente io. “Come ti chiami?”. “ Nino”. “ Il mio nome è Giuseppe”, le sue labbra si incresparono in un sorriso, “ma mi hanno sempre chiamato Paolino”, e subito dopo aggiunse che però quel diminutivo non gli piaceva più. “Perché adesso sono grande e quel nomignolo, mi fa sentire un bambino”. Si esprimeva in un italiano perfetto con impercettibili scivolate nell’accento marchigiano. Lo osservai attentamente. Ai piedi, aveva scarpe modello Churc rosso mattone con la chiusura a strappo, le mani erano ben curata e la barba perfettamente rasata. Il suo aspetto e quello della mamma fotografavano un’evidente agiatezza. L’ultimo ragazzo, lo andammo a prendere poco fuori Jesi. Ci fermammo davanti a un piccolo cancello di una palazzina circondata da un muretto basso e da alberi dai quali stavano cadendo le prime foglie autunnali. Andrea mi disse di scendere, suonare il campanello e mi raccomandò di non suonarlo a lungo: “ La madre è un tipo strano e volubile che un giorno ci accoglie con sorrisi e fiori e un’altra volta non saluta nemmeno”, poi, aggiunse che a volte ci faceva aspettare pochi minuti, altre volte anche un quarto d’ora. Dentro di me sperai che si avverasse la seconda delle possibilità così mi sarei potuto fumare una sigaretta. Perché da quando ero salito su quel pulmino, cioè più di un’ora abbondante, non avevo avuto la possibilità di fumarne nessuna. E per un fumatore accanito quale io ero, e tutt’oggi sono, stare senza nicotina era un pò come per una macchina restare senza benzina. Avevo fatto la terza o quarta boccata, la porta d’ingresso si aprì e sull’uscio apparve prima un uomo alto come una pertica, braccia lunghe distese lungo i fianchi, camminata dalle ampie falcate e busto piegato in avanti come un giunco e dietro di lui un’anziana donna alta e robusta che lo teneva saldamente per un braccio. Aspirai avidamente altre due, tre boccate, gettai con una schicchera delle dita il resto della sigaretta e mi preparai ad accogliere l’uomo che indossava una tuta ginnica scura con i pantaloni chiusi con l’elastico all’altezza della caviglia, e ai piedi portava scarpe da ginnastica di tela. Mentre lei indossava una gonna sotto le ginocchia con inserti a rombo di un colore sbiadito, un cardigan scuro e ai piedi aveva ciabatte da infermiere blu. E dalla faccia scura come la pece, era chiaro che quella mattina si era svegliata con la luna storta. Infatti, non salutò e non rispose al saluto mio e di Andrea. Presi il ragazzo per un braccio,lo feci salire sul pulmino e lo misi a sedere in fondo come mi aveva indicato Andrea: “ Meglio metterlo distante dagli altri perché con quelle braccia che se ritrova, all’improvviso le allunga e toglie cappelli e occhiali a tutti”. E sconsigliò anche me di avvicinarmi troppo: “ Perché quando meno te lo aspetti te leva gli occhiali e ti strappa l’mp3”. Lo osservai a lungo. Le gambe erano magre magre. Le braccia lunghe come stanghe, le mani bianchissime enormi e dalle dita affusolate. L’osservai a lungo poi, mi avvicinai e mi presentai: “ Io sono Nino”, dissi. Intervenne di nuovo Andrea che mi disse che ?? non spiccicava una parola e dovevo anche stare all’erta perché oltre a scippare gli oggetti, aveva anche l’abitudine di alzarsi e di fare velocissime passeggiate sul pulmino: “Te acchiappalo al volo e rimettilo seduto perché un paio di volte, l’assistente che ci stava prima di te, non era stato lesto a bloccarlo e Arturo era caduto, ”,fece una breve pausa per masticare la sua chewing gum e poi aggiunse,“ ma stai sempre attento a non farti acciuffare gli oggetti che hai addosso”. E quante cazzo de mani ce dovrei avè pè bloccà questo… Dissi tra me e me senza staccargli mai gli occhi di dosso. Un po’ di timore di non riuscire a bloccarlo e contemporaneamente a evitare che mi strappasse gli occhiali acquistati da poco tempo o l’mp3 carico di tutti i gruppi e le canzoni che piacevano a me ce l’avevo. Ma poi tentai di aiutarmi con un’altra di quei flashback che quella mattina avevo già utilizzato per farmi coraggio. E che cazzo, so riuscito a tenè a bada Omini armati durante le rapine mò Sta a vedè che nun riesco a ferma ?? Che manco s’aregge in piedi. Ma un attimo dopo averlo pensato, sbarellai di nuovo perché pensai che un conto era fermare con le armi in pugno altri uomini armati anch’essi che alla minima reazione avrei potuto pure mandare al creatore appellandomi al comma non scritto ‘morte tua vita mia’, cosa diversa era fermare un disabile che ti vuole frantumare gli occhiali e stare attento pure a non fargli assolutamente male. Mentre facevo queste riflessioni, sentii la voce allegra di Andrea che avvertiva i ragazzi di tenersi pronti per scendere perché eravamo arrivati a destinazione. Scaricai la tensione soffiandola fuori dai polmoni e mi preparai a consegnare i passeggeri agli operatori. Davanti alla struttura dove sapevo che c’era iil centro, Andrea suonò due volte il clacson e mi disse di aprire il portellone. La prima faccia che mi trovai fu quella di una donna bellissima; una quarantenne mora, un sorriso reso ancora più luminoso dai denti bianchissimi e un fisico poco appariscente insaccato in un camice bianco. Per un attimo fui stordito da quella bellezza. Quando mi ripresi, feci una panoramica sulle altre operatrici: una era alta, cosce chilometriche e nient’altro. Anche quella a fianco di miss bellezza non era niente male, anzi per fascino e movenze eleganti, per un certo verso era anche più intrigante. E che so tutte belle fiche ‘ste operatrici… Mi domandai incredulo. Ampliai la panoramica ed ebbi la riposta. Una era bionda, occhiali da vista, un viso anonimo e i capelli elettrizzati e bisognosi di di crema . Un’altra aveva l’aspetto che non lasciava tracce al passaggio. Mentre, quella appoggiata al cassone del pulmino aveva un viso che io, pur considerando nessuna appartenente al gentil sesso brutta anche solo per la particolarità di essere donna, non potei fare a meno di trovarla più brutta di un uomo brutto, e mi trovai malignamente a pensare se fosse mai sposata e se sì, come cazzo facesse il marito a scoparsela. Passai oltre alla svelta e vidi in fondo al gruppetto un uomo con una generosa stempiatura, un viso ben curato e un sorriso che sprigionava simpatia. La miss, aprì lo sportello dell’abitacolo, fece scendere Luigi, lo prese sottobraccio e si allontanarono. Con la coda dell’occhio seguii la bellissima mora fino a quando non entrò nella struttura dove si trovava il centro. Aiutai Paolino ad alzarsi e lentamente gli feci scendere il predellino laterale e lo lasciai tra le mani della spilungona. L’ inscopabile si fece sotto il portellone, sollecitai Arturo ad alzarsi, mi misi alle sue spalle, gli presi entrambe le braccia e sorreggendolo lo lasciai nelle mani della donna che si allontanò trotterellando insieme ad Arturo. Scesi, afferrai il telecomando e tra una falsa smanettata sui tasti e l’altra, riuscii a posizionare la pedana sulla quale misi la carrozzina di Angelica. Adesso il telecomando lo aveva tra le mani Andrea e in un attimo compimmo la seconda operazione. Salutai Angelica mentre la donnetta che non lasciava tracce la prese in consegna. Ma nemmeno stavolta rispose al mio saluto. Quando invece fu la volta di Orietta, la ragazza mi sorrise e con un filo di voce mi disse indicando con un cenno di testa l’mp3: “ domani lo porti quello?” “ Sì che lo porto”, le risposi, “ se vuoi, lo porto anche tutti i giorni”, Lei sorrise, fece “sì sì”, biascicò un aiaià e mosse il sedere facendo traballare la carrozzina. L’uomo dalla stempiatura ampia e il sorriso simpatico scoppio a ridere. Risi io e rise anche Andrea. Salimmo sul pulmino e Andrea disse che adesso avevamo mezz’ora di pausa: “ Andiamo all’autorimessa a farci una pisciata, ci prendiamo un caffè in santa pace e poi andiamo a prendere un bambino al centro riabilitativo dell’Ospedale Murri”. Nell’ufficio non trovammo nessuno degli altri autisti ancora tutti impegnati a completare il loro giro. E mentre Andrea si recò al bagno per pisciare, infilai le monetine nella macchinetta del distributore automatico delle bevande, e presi due caffè; uno per me e uno per lui. E quando gli allungai il bicchierino, fu quasi sorpreso: “ Per me?”, disse. “Sì”, gli risposi accennando un sorriso e uscii sul piazzale a fumarmi un’altra sigaretta. Dopo un po’ usci anche l’autista e mi venne vicino. Mi disse che a Roma aveva dei parenti e che ogni tanto andava a trovarli. A un certo guardò l’orologio; era ora di andare. Con una schicchera gettai la cicca lontano , ingoiai il fumo e lo trattenni a lungo nei polmoni. Poi lo scaricai con violenza contro il cielo: e chissà perché, pensai che fosse l’ultima sigaretta prima che il boia calasse la mannaia della ghigliottina. Durante, il tragitto Andrea mi disse che il bambino che dovevamo prendere si chiamava Fabrizio, aveva sei anni ed era in cura dalla psicologa perché aveva una paura fottuta di tutto ciò che lo circondava: “ Devi essere paziente e trovare il modo giusto per farti seguire.”. Mi raccomandò. Capirai c’ho avuto pazienza co Marcello, E soprattutto co ‘na donna mezza matta, figurate se nun ce l’ho con un bambino. Mi dissi, Uno lo porto ancora al centro del cuore. La mezza matta invece, quelle pochissime Volte che mi torna in mente la trovo sempre Che se tiene con le mani ai bordi e poi; Zacchete, scivola via. Dissi tra me costatando che entrambe le storie erano finite male. Poi, da capo branco che ero stato, considerai che sarei riuscito a farmi seguire da un bambino; d’altronde anch’io, amo ancora giocare. Già, io ho sempre preso la vita come un gioco. Forse perché da bambino non ho avuto molto tempo per giocare poiché a dodici anni già rubavo; e non lo facevo certo per gioco. Poi da improbabili play boy, mentre percorrevamo le strade che portavano all’spedale, io e Andrea passammo a parlare di miss bellezza e dell’altra fascinosa operatrice. Non potei fare a meno di ffare una battutta su quella brutapiù di un uomo brutto e Andrea sbottò a ridere: “ Come cazzo fa il marito a scoparsela”, disse disegnando una smorfia. “ E quello che me so chiesto subio pure io”, gli risposi. Andrea fermò il pulmino davanti all’ingresso posteriore dell’ospedale e mi indicò il reparto dove sarei dovuto andare a prendere il bambino e a quale porta bussare. Superai gli scalini che portavano al pianerottolo, salii sull’ascensore, schiacciai il pulsante e quando uscii sul corridoio lo percorsi in su e in giù controllando la targhetta affissa al’angolo di ogni studio. Alla fine mi accorsi di avere sbagliato reparto. Cazzo e mò? E mi prese il panico. Non capivo dove cazzo andare. Sulla rotonda c’era una stanza con la porta semi aperta. Mi avvicinai e vidi una suora vestita di bianco e con un enorme cappellone con le falde alte e anch’esso di un bianco candido che abbassava la persiana della finestra: “ Scusi sorella, dov’è il reparto riabilitativo per bambini?”. “ Sotto,”, mi rispose, “ al secondo piano”. Ringraziai, chiamai l’ascensore e aspettai un tempo che mi parve infinito: Ecchecazzo, dissi tutt’attaccato, Proprio adesso ce doveva sta ‘sto via vai. Temevo di arrivare in ritardo. Quando finalmente mi trovai nel reparto giusto. Notai che sedute sulle panche fuori dalle porte di ognuno di quegli studi c’erano mamma con bambine e bambini in braccio o sulle carrozzine. Arrivato davanti alla porta giusta, bussai e mentre aspettavo sbirciai quelle mamme e quei bambini. Qualcun’aveva l’espressione rassegnata. Altre, lo sguardo triste; ma tutte si stringevano al petto o erano chine sulle carrozzine a giocare e sbaciucchiare le loro creature. Imprecai ancora una volta contro Colui, che consideravo colpevole di quelle vite e poi tornai a concentrarmi sulla porta da dove sarebbe uscito Fabrizio. Feci qualche minuto di attesa e quando l’uscio si aprì, vidi un bel bambino con i capelli castano chiaro e un viso paffutello. Gli sorrisi, lui sgranò gli occhi e di corsa andò a rifugiarsi dietro la dottoressa. Alzai lo sguardo e incrociai quelli della donna. Una bella signora di mezz’età, capelli neri e lunghi, il corpo in carne e un sorriso stanco: “ Lei è il nuovo assistente”, domandò con un tono di voce professionale. Annuì e risposi di sì. Il bambino si teneva abbrancato alle gambe della donna e ogni tanto faceva capoccella per guardami di sottecchi dal basso alto e subito si ritraeva. “Fabrizio”, disse la donna, “su, vieni fuori che il signore ti accompagnerà a scuola”. Ma il bambino, invece di mollare la presa, si stringeva ancora con più forza alle gambe della donna: sembrava un piccolo koala abbrancato alle spalle della mamma. “ Dai Fabrizio, fai il bravo”, disse la psicologa prendendolo per un braccio per tirarlo fuori dal suo nascondiglio. Niente da fare, Fabrizio si opponeva divincolandosi e senza dire una parola. Provai a chiamarlo anch’io una volta, due volte. Poi decisi di stare zitto. Co ‘sta voce incatramata che me ritrovo E’è mejo che nun apro bocca sennò va a finì che se mette pure a piagne . Dalla panca si alzò una donna che teneva una bambina in braccio e si avvicinò a noi. Adesso toccava a quella bambina sottoporsi alla riabilitazione. Pertanto, era necessario fare tana libera tutti a Fabrizio a tutti i costi. Perciò la voce della dottoressa si fece più decisa: “ Forza, su Fabrizio, non farci perdere tempo che ho…”, disse un nome che non capii. “ da visitare”. Il bambino non fece una piega e anzi tentò di ficcare la testa sotto il camice bianco della dottoressa. Dovevo fare qualcosa anch’io. Non potevo stare la impalato come uno scemo e con il sorriso ebeto stampato in viso. Mi accovacciai sulle gambe, impostai la voce sulla dolcezza e sforzandomi a non raschiare troppo gli feci vedere l’mp3. “ Dai vieni con me Fabrizio” “………..”, niente. “sul pulmino ascoltiamo la musica e ti racconterò la favola di un vecchio e un bambino”. Dissi pensando alla canzone di Francesco Guccini. Macchè. Fabrizio stava così al sicuro attaccato alle gambe protettive della sua amica dottoressa che del vecchio, del bambino e di Guccini non poteva che fregargliene di meno. La signora con la bambina lamentò sommessamente quella perdita di tempo che gli tardava la terapia alla sua creatura. Io mi ricordai del telefonino con i versi degli animali. M’inginocchiai, pescai dalla tasca della felpa il cellulare e incominciai a farli sfilare. Bau bau: il cane Fabrizio mosse lentamente la testa, si affacciò con un occhio solo dal culo della dottoressa, sbirciò il telefonino e ritornò a rintanarsi nel suo covo. Miao miao: il gatto Fabrizio si affacciò ancora, il tempo di controllare dove fosse il gatto e nascondersi di nuovo. “ Fabrizio andiamo”, dissi io, “nella fattoria ci sono un sacco di animali… “Chiccirichì…”, il gallo. “ Coccodè”, La gallina. “La volpe… Ah no, la volpe non c’è altrimenti se la sarebbe mangiata co tutte le uova”. Quella battutina fece sorridere le due donne. Fabrizio con la testa era uscito completamente dalla sua tana e adesso guardava fisso il telefonino da dove continuavano a uscire i versi degli animali. Nitrì il cavallo Ragliò l’asinello Muggì la mucca Di nuovo il cane Il gatto Il gallo La gallina……. La dottoressa, senti il bambino allentare la presa, con dolcezza lo tirò fuori dal covo e me lo mise davanti. Io mi tirai in piedi, gli presi la mano e ci avviammo, con il cavallo, l’asinello, la mucca, il cane, il gatto, il gallo, la gallina e lentamente salimmo tutti quanti sul pulmino….lasciando a piedi la volpe. A presto la terza e ultima parte.
di Antonio Mancini


Commenti