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L'onorevole..

  • 17 mar 2016
  • Tempo di lettura: 11 min

Questa è una storia vera-sgrammaticata, scritta male, ma vera- e non riportata da film o pamphlettini sbarazzini buttati giù soltanto per far quattrini.

Piccola storia di cocaina, onorevole E signora. Di amicizia vera, presunta o Totalmente falsa. Di grandi INFAMI a volto Scoperto e piccoli infami d’azione e “Alla francese”. Erano passati dodici anni, di cui undici di galera tra carceri normali e quelli speciali, ed ero ancora lì a lottare contro la misura di sicurezza della casa di lavoro. Pensavo che con la banda frantumata e Danilo non più in vita, sarebbe stata più dura far cessare, in qualche modo la pena, prima della sua scadenza naturale: “ stavolta me sa che me la faccio tutta”, pensavo. Certo, era tornata da me una donna molto in gamba, innamoratissima e con la determinazione di riportarmi il prima possibile a casa. Certo, avevo ancora degli amici che mi stavano vicini e che a differenza di altri ben più quotati sulla carta, o per meglio dire sulla strada, non avevano preso la palla al balzo con il disgregamento della bandaccia per fare tabula rasa di chi era ancora in carcere: Mauretto, Stefano, Emidio, i loro compagni di Ostia che nemmeno conoscevo personalmente; ma soprattutto Nino Addis. Tutti ragazzi in gamba; tutti presenti, ma innegabilmente, Danilo e gli altri erano di una cilindrata superiore. Per la seconda volta misi piede in una casa di lavoro; stavolta non più a Soriano nel Cimino ma a Saliceta S. Giuliano in provincia di Modena. Altro giro, altra corsa, signori fate il vostro gioco. Traduzione simile alle centinaia che avevo dovuto affrontare in tuta, scarpe da scavalco ai piedi e schiavettoni sempre più pesanti ai polsi. Solite ciance dei carabinieri della scorta messa a protezione del pacco che trasportavano. Identici massicci cancelli e finestre sbarrate a ricordare che anche se mangi, respiri e ridi: tu sei morto. La solita tarantella: impronte digitali, fotografia segnaletica, perquisizione, flessioni, zampogna in spalle, e marciare. Al paese dei balocchi avevo smesso di crederci da moltissimi anni, e per questo non feci caso se chi mi precedeva verso chissà quale cella o camerone, fosse Mangiafuoco, un pagliaccio, l’atletico domatore di leoni o il corpulento direttore del circo. Tran tran tran, tre colpi secchi della grossa chiave impugnata da uno sbirro piuttosto chiatto, il viso rubizzo, i pochi capelli distribuiti a zona zemaniana, la camicia gonfiata come una vela dalla pancia e i pantaloni cascanti sulle chiappe, mi spalancò davanti agli occhi una specie di dormitorio pubblico. Eravamo in piena estate e gli internati (la soddisfazione di potermi fregiare dell’appellativo di internato invece che detenuto,continuava in me ad essere viva) con gli asciugamani appesi sulle finestre a schermare il sole, schiacciavano la pennichella sdraiati sulle brande chi in pantaloncini e chi in mutande; un ammasso di carni abbrustolite dal sole preso distesi in un cortile e di peli urlanti che ti faceva venire la voglia di uscire, richiuderti il blindato alle spalle e vedere se in giro ci fosse un belvedere migliore; ma dove cazzo trovarlo in un posto come quello un belvedere che non ti catapultasse in un suk sferzato dal sole. Il chiattone, lesto richiuse il blindato ed io rimasi al centro dello stanzone con la zampogna ai piedi dell’unica branda vuota e la Gitanes appiccicata alle dita a osservare una scena vista e rivista e sempre più uguale a se stessa: brande messe in fila una accanto all’altra e divise da armadietti. Angolo cucina. Tavolo con sopra mazzi di carte e sigarette. I letti rifatti con le lenzuola colorate di casa e altre con quelle bianco-opaco che fornisce la casanza. Il rumore del blindato sbattuto e forse il mio soffiare fumo spazientito, fece smuovere le chiappe di uno dei dormienti che srotolò lentamente le sue carni e si girò verso di me ancora fermo a osservare la scena tra uno sbuffo di fumo e una riflessione. “Ahò”, fece dopo avermi fissato a lungo, prima con gli occhi spalancati e poi abbassando le palpebre a fessura come fanno i miopi quando devono restringere la scena, “ ma nun sei Nino?”. “Sì, so Nino.” Risposi senza entusiasmo. Spingendo con le reni si tirò su a sedere, mise i piedi a terra, infilò le infradito e strascicando le ciabatte si avvicinò con un sorriso aperto. “Ammazza, come te sei invecchiato…!”- esclamò a voce alta squadrandomi da capo a piedi prima di allacciarmi con un abbraccio-. Azzo, n’accoglienza migliore de questa nun me la poteva riservà? Mi dissi guardandolo attentamente per ricordarmi dove l’avevo visto prima di allora e quale fosse il suo nome; ma non ci fu verso e preferii evitare di chiederglielo per non metterlo e non sentirmi in imbarazzo. Era alto una spanna più di me, capelli lunghi e scarmigliati, faccia da impunito e fisico atletico e continuò a parlare pompando sui decibel come se non ci fosse nessun altro nel camerone. “ Arop nun ce scassà ‘o cazzo se gli altri fanno ‘o burdell quann’ duorme tu”, fece uno rotolandosi sulla branda per girarsi verso di noi. Era Franchitiell’ o’ Negus. Al secolo Francesco Verde; giovane boss della camorra dell’entroterra napoletana che avevo conosciuto nel bunker del supercarcere dell’isola di Pianosa. Piccolo di statura, ben messo fisicamente, scuro di pelle e agile come un ghepardo il Negus era stato uno dei primi a scagliarsi contro l’egemonia dell’organizzazione di Raffaele Cutolo. “Oinè Totò, pure vuie ccà?” Disse scattando in piedi come una molla e dandomi del voi nonostante che lo avessi più volte pregato di passare al più amichevole tu. “ Ammazza”, fece l’amico sconosciuto, “ o conosci pure tu l’Accattone?” “ E chi non ‘o sape a Totò”, replicò il Negus tra un sorriso e un abbraccio, “e poi te lo dissi chiù de na vota che lo conoscevo”, aggiunse saltellando tra il dialetto e l’italiano. “ E vabbè, nun me lo ricordavo”, rispose lo smemorato. Ma che te vuoi arricurdà tu che stai sempre scamazzato con quella sfaccimmm’ e droga”, disse il Negus disegnando con le dita il rollo di una cartina. Con quel parlottare ad alta voce la pennichella era finita. E naturalmente non tutti erano contenti. Ci fu chi si girò, sbuffando, altri fecero la faccina disturbata; ma nessuno ebbe nulla da ridire giacchè che tra i ciarlieri c’era il Negus. Dal fondo del camerone all’improvviso decollò una voce molto simile a un boato :“ Antonioooo”, ogni lettera acciaccata come soltanto i sardi possono fare. Allungai lo sguardo, dalla branda a lato del finestrino partì come una scheggia Enzo, il mio caro amico con il quale per mesi avevo condiviso la cella del carcere speciale nello stesso bunker della Pianosa dove avevo incontrato anche il Negus. Ma canno spostato qua la Pianosa? Ebbi appena il tempo di domandarmi prima di essere stritolato dall’abbraccio potente di Vincenzo Piras detto Enzo. Uno di quei grandi che avevo incontrato nella mia vita. Il viso scolpito sulla pietra, colorato dal sole e dal vento nei tanti anni vissuti da latitante tra i monti delle impenetrabili montagne sarde, i capelli e gli occhi ridenti neri come il carbone, le mani nodose solcate da nervi in superficie che sembravano ruscelli. Enzo, Il mio insegnante della lingua sarda. Maestro distillatore clandestino che con attrezzi accoccati e un cesto di mele raccolte dalle altre celle del blocco con le quali dividere il liquore a stecca para, ci permetteva di bere il liquore alla faccia della sbirraglia e del loro regolamento fatto di un solo emendamento; ‘QUI E’ TUTTO PROIBITO’. Cuore d’oro e guerriero indomito, Enzo era il compagno perfetto per percorrere la strada e dividere la cella di una galera. “Ammazza”, insufflò di nuovo l’amico sconosciuto” lo conosci pure te l’Accattone?!” “E cosa ti credevi aiò, che lo conoscevi soltanto tu”, fece Enzo, “e smettila di chiamarlo Accattone”, lo rimproverò. “ Ma è er soprannome suo…”, si giustificò lo sconosciuto. “ E il tuo qual è?”, domandò infastidito Enzo. “ Er Capoccione”, rispose l’altro”,ce lo sai…” “Ma tu capoccione lo sei davvero”, l’azzannò Enzo, “ lui accattone no; capito mi hai? Accusato di avere ammazzato due uomini di una famiglia rivale in una faida che andava avanti da mezzo secolo, Enzo si era ritrovato appena diciassettenne latitante sulle montagne dove era ridisceso con gli schiavettoni ai polsi e circondato da un diluvio di sbirri e carabenerisi in posa per una foto da mostrare ai nipotini davanti al camino. La sbirraglia lo accusava di far parte della denominata Anonima Sarda sospettata di diversi sequestri di persona. E nonostante le celle di una galera a portata di passo, il più fiero, tra quell’allegra non gradita compagnia di sorridenti in divisa, era Enzo: uno dei balenti dell’orgogliosa terra di Sardegna. Al processo Enzo fu assolto per i due omicidi ma condannato per tre sequestri dei quali si era sempre dichiarato innocente e adesso, dopo venti e più anni di galera, bussava alla porta della libertà. Mentre parlavamo, qualcuno si era alzato e si era avvicinato per la presentazione e la stretta di mano di benvenuto, altri, meno rispettosi dei convenevoli rimasero sulla branda. Mi mossi per andare a salutarli nei loro posti ma fui bloccato dalla voce del Negus: “ Uè, susitev’ ’’disse spi Osservai facce ipocriti e miserevoli. ccio, e quelli, come Lazzaro miracolato da Cristo, si alzarono. Dopo il caffè, Enzo mi aiutò a rifare il letto e infilare nell’armadietto le mie cose. Tutto il pomeriggio il Negus mi presentò ai suoi corregionali, Incontrai di nuovo Pino Greco nipote del capo mafia Michele Greco il Papa che avevo conosciuto altrove; altri siciliani altre presentazioni. Durante la cena scoprii, dove avevo conosciuto il Capoccione: Ai primi degli anni settanta a casa del Pellicano, un rampollo di una nobile famiglia calabrese che alla tranquillità dei titoli nobiliari preferiva l’avventura adrenalinica dei furti negli appartamenti e delle rapine. Il Pellicano aveva una casa enorme al quartiere Salario e da una delle stanze più piccole trasformata in sorta di cella ammobiliata con due sole brande,un tavolino e quattro sgabelli, le sbarre disegnate sul muro e con Quadrophenia degli Who a palla fui iniziato all’ hashish; ricordo che feci non più di tre o quattro tirate seduto su una delle due brande e spalle al muro e crollai come una pera cotta. L’episodio lo ricordavo perfettamente perché come per il primo amore anche il primo spinello non si dimentica mai, ma la faccia del Capoccione che di nome faceva Maurizio, non me la ricordavo per niente. So passati vent’anni e questo Se meraviglia se me so invecchiato. Durante l’ora d’aria del giorno dopo, il solito capannello per capire chi fosse il nuovo arrivato così ben accolto. E immancabilmente si aprirono le solite danze: “U manciari si faciri schifiari”. Disse un siciliano storcendo bocca e naso. “ A’ fatica manco po o’ cazz’ “, fece un napoletano con la barba irta e la faccia risoluta affacciandosi dalle spalle del Negus. “U magistrt d’ sorveglianza è nu crnout non riponn ai istanz”. Disse un barese o forse tarantino oppure foggiano; sicuramente pugliese, sputazzando a terra tutto il suo apprezzamento per l’operato del magistrato E così via via lamentando. Naturalmente anche lì a Saliceta S. Giuliano come a Soriano nel Cimino, c’erano cose che andavano bene. “ ‘ E guardie nun te giocano attaccate; disse Maurizio il Capoccione rollando una canna. Cu i renari e’ porte si spalancano; assicurò un altro dei cumparielli del Negus, sfregandosi mignolo e indice. Sun sempre a dre a telefuna e a fa colloqui; aggiunse uno della vecchia mala milanese con la faccia alla Jean Gabin. Il vecchio con la barba bianca e gli occhialetti tondi che mi fu presentato come amico di Horst Fantazzini, bolognese, rapinatore di banche e anarchico, il quale nell’inespugnabile dialetto per chiunque fosse nato un pò più in la della linea emiliana, si spiccicò l’immancabile sigaretta agganciata alle labbra e sgomitando tra la babilonia di voci, si piegò verso di me e con aria complice disse, “Sté la dòna giò al coloqui t’aries anc a ciavà”. Annaspai e mi guardai intorno in cerca del traduttore… Mò ce vorrebbe Horst... Mi dissi; poi, soddisfatto di aver acciuffato ‘colloqui e chiavare’ che non aveva bisogno certo di traduttori simultanei ripresi fiato. Ma ci pensò Enzo a ricacciarmelo in gola Sa janna resthana abelstha finamentra a sa s’otto de sera E sbottò a ridere riportandomi ai tempi delle lezioni linguistiche alla Pianosa per replicare alle guardie sue corregionali che nella loro lingua offendevano tutti, in modo particolare i continentali. Fizzo e droia: figlio di puttana. Sugunnuemammarua: idem Mudu: zitto. Ti zocco su guru: ti rompo il culo. Mudu bùrdu: muto bastardo. Curruru: cornuto. Ecc…ecc.. Notai che diversamente da Soriano nel Cimino dove la maggior parte la quasi totalità degli internati era rappresentata Da vecchi e stanchi “attrezzi della malavita”, li a Saliceta S. Giuliano c’erano moltissimi giovani. a ladroni e farabutti ha deciso d’abbassà l’asticella dell’età della pericolosità sociale in in base all’aumento della loro impunità. Mi dissi certo di aver colpito il centro del bersaglio. Emidio, Stefano e gli altri si stavano dando da fare per trovare il lavoro che serviva per farmi uscire. Qualcosa lo avevano già trovato ma nessuno di essi mi dava molta libertà di movimento. Perciò dovevo avere ancora un pò di pazienza. Se n’è fatti undici, si se n’è fa n’artro che je costa; tanto c’è abbituato! Scherzò Mauretto. Le giornate in una casa di lavoro sono interminabili come quelle di un qualsiasi reclusorio, con la rabbia in più di stare a scontare una pena senza reato. Certo, l’hashish, la cocaina, e i soliti privilegi fatti di telefonate e colloqui extra “aiutavano” ma a differenza di quanto pensava scherzosamente Mauretto, alla galera non ci si può abituare. Te la fai perché te la devi fare, ma in quanto all’abitudine; nemmeno a parlarne. Nel mese di novembre o i primi di dicembre del 1992, la mia donna mi disse che Mauretto aveva trovato ‘na grande mossa: “factotum di un onorevole con tanto di tesserino “lascia passare” al quale poi, però, avrei dovuto pensarci io a rifornirlo levandogli dai cojoni ‘n cacacazzi da paura. Pensavo che scherzasse, ma era tutto vero: l’onorevole c’era e c’era pure er cacacazzi da paura. La storia in breve: Mauretto, tramite il suo segretario particolare, riforniva l’onorevole MOTACCHIAPPO e signora, di cocaina di ottima qualità, facendosela pagare profumatamente, e con Se vede che lo Stato in mano l’impegno di continuare a rifornirgliene naturalmente aggratis, riuscì a farmi assumere come ragazzo di bottega libero di muovermi per tutta la città. Un dare e avere accettato dall’onorevole Mòtacchiappo senza nemmeno fiatare. Prima del Natale del 1992 uscii e andai a trovare l’onorevole nel suo studio che si trovava in una traversa di Via Cristoforo Colombo nei paraggi dell’Eur. Lo studio era ampio e luminoso e lui era un tipo di mezz’età, elegante, gioviale, dalla parlantina a mitraglia e che doveva la sua fama alla fondazione di un partito che si riconosceva nella socialdemocrazia mitteleuropea. In pochi giorni entrammo in confidenza e mi raccontò di quella volta che la colonna romana delle Brigate Rosse lo gambizzò con un paio di pallottole. Dentro di me pensai che avesse fatto bene e forse era anche poco. Il nostro rapporto andava a gonfie vele, ma erano più le volte che lui veniva all’appuntamento con la sua signora nella piazza centrale dell’Axa o addirittura a casa mia che io nel suo studio. E fu così che capii perché Mauretto non vedeva l’ora di togliersi di mezzo quell’impiccio. Per l’onorevole MOTACCHIAPPO e la sua lady, la penultima cocaina era sempre migliore dell’ultima. Non c’era verso di assicurargli che era la stessa. Un po’ come la mamma per la quale: “la fidanzata di prima era migliore dell’attuale”, lui insisteva e la lady annuiva. Uno sbomballamento continuo che parlandone con il sogghignante Mauretto, mi portò a rimproverare la colonna romana per non aver alzato il tiro. Mauretto mi consigliò di mandarli affanculo E dopo la casa de lavoro ta a vai a fa te? Dissi storcendo la bocca. E allora statte muto e pedala… Replicò lui chiudendo la pratica. Nel frattempo la mia donna rimase incinta. I continui inviti che arrivano da più parti per rimettere su una nuova banda erano pressanti. Il mese di aprile del 1993 scattò la cosiddetta operazione Colosseo. In carcere intravidi “assassinati” dividere la cella con i loro assassini. Origliai giustificazioni che non giustificavano un bel niente. Lessi verbali con accuse puramente inventate. Ascoltai storie di legittime punizioni ma anche d’innocenti torturati senza alcuna distinzione tra il sorriso appagato e quello sbagliato. Scoprii arrestati satolli e coimputati alla fame. Udii recitare parole di buon senso da ipocriti mestieranti che avevano creato la pozzanghera dove si era rotolata la banda. Intuii infamità “alla francese”. Vidi uno schifo assoluto. Uscii; attraversai il bene e il male e mi feci INFAME a viso aperto diventando schifoso… una tacca meno di quello che avevo visto e udito da loro !

di Antonio Mancini


 
 
 

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