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La Lambretta

  • 31 mag 2016
  • Tempo di lettura: 5 min

Era il mese di luglio del 1960. Una pattuglia della polizia all'altezza di Ponte Mammolo aveva incrociato una Lambretta che percorreva la Tiburtina con tre ragazzini sopra che si sbracciavano festosi come fossero in gita. Un rapido dietrofront e li bloccarono.

Quei ragazzini eravamo io, Gigi e Alberto. E quella Lambretta l’avevamo rubata la sera prima sulla via Nomentana.

- Di chi è, sta Lambretta?- Domandò uno dei due poliziotti.

- La nostra – Rispondemmo in coro.

- La vostra di tutti e tre?

- Eh!

- Ho capito.- sorrise, sornione lo sbirro.

E girando lentamente intorno a noi e alla motoretta chiese i come ci chiamavamo.

Alberto

Nino

Luigi

- Dove abitate?

- A San Basilio - rispose Alberto fulminato dall’occhiataccia mia e di Gigi

- Ma che stai a dì, a scemo. Ma quale San Basilio, noi abitamo alla borgatella - Lo corresse Gigi.

- Ah, ho capito! - Ripetè quello.

Dopo aver comunicato via radio chissà che cosa il poliziotto tornò da noi e ci invitò a salire in macchina.

“ Perché?”, chiesi io.

“ Perché vi riportiamo a casa”, disse il poliziotto con il suo accento burino.

- E nun ce potemo annà da soli?- Disse Gigi

-No”, fece quello, “ vi ci riportiamo noi.

- E la Lambretta?-disse Alberto.

- Ve la portiamo a casa noi.

- Perchè nun se la potemo portà da soli?- Replicai io.

- No! - E ci caricarono sulla volante.

Dalla sala operativa della centrale arrivavano ordini d'intervento alle volanti in servizio.

Doppia Vela 21 chiama volante 2,volante

3 e volante 4. Dirigetevi in via Barberini

All'altezza del teatro Ambra Jovinelli

Due uomini a bordo di una moto,

Forse un’Aermacchi. Hanno scippato

Una turista tedesca. E sono scappati verso via Veneto.

Acchiappateli sennò i giornali tedeschi

Ce fanno er culo color de notte.

-Con una moto potente come l'Aermacchi ma quando li acchiappano”. Esclamò l’autista, “dentro Roma poi…! -

E noi tre che naturalmente facevano il tifo per i ladri, ci davamo di gomito.

Quell'avvenimento ci aveva distratti e non ci eravamo accorti che la strada che stavamo percorrendo non portava a San Basilio.

-Ahò, ma n’dove ce state a portà?- Chiese Gigi sporgendosi verso l'appuntato

-A casa-. Rispose lo sbirro.

-Ma che cazzo stai a dì ahò”, fece Alberto”, noi abitamo a San Basilio- .

-O alla borgatella?- Ironizzò il poliziotto alla guida.

Mentre salivamo le scale del commissariato di Montesacro, bisbigliai alle orecchie dei mie amici di cambiare versione e invece che la loro, la Lambretta l’avevano trovata a Portonaccio.

Ci fecero entrare in un ufficio dove trovammo un giovane uomo in borghese, alto snello, i capelli scuri lunghi e con un grosso neo sulla guancia sinistra, spaparacchiato su una poltrona girevole e le gambe allungate sotto la scrivania ticchettava con una matita sulla scrivania intasata di faldoni e il portacenere colmo di cicche.

Alla sinistra della scrivania, in piedi, un uomo in divisa, capelli brizzolati e baffetti ben curati, giocherellava a pulirsi le unghie con un coltellino tipo souvenir.

Nome

Cognome

Via

E numero di telefono

Domandò baffetto.

Nome, cognome e indirizzo glie li sfilammo come una nenia, ma il numero del telefono no perche nessuno di noi tre aveva in casa un apparecchio telefonico. Dopo averci squadrato a lungo, il giovane in borghese che il manicure con i baffetti chiamava commissario, si tirò sulla poltrona e facendola dondolare chiese di chi fosse quella Lambretta.

-L’avemo trovata.- Ripetemmo in una voce sola.

- Ma non era la vostra?”, s’intromise uno dei due poliziotti che ci avevano fermati

-Se semo sbajati…o nun se semo capiti-, disse pronto Alberto”,

-E dov’è che l’avete trovata?- Fece il commissario con l’aria del gatto che giocherella con il topo.

A Portonaccio”.

“ Bè, Portonaccio è grande”, disse il commissario”, precisamente dov’è che l’avete trovata?.

-Vicino alla stazione- dissi io.

-Hai capito Nicò che sfaccimme e sorte tengono ‘sti scugnizzi! Vanno a spasso pè la stazione Tiburtina e trovano `na Lambretta! Io invece non trovo mai niente! Com'è che io non trovo mai niente?- Chiese divertito, guardando fisso negli occhi il fortunato.

-Gira, gira commissà, tu gira e vedrai che prima o poi quarcosa trovi pure tu! - Gli assicurai con aria complice.

-Guagliò-. Fece il commissario sbuffando la noia-, facite ampress’ dite dove avete rubbato la Lambretta e ve ne andate a casa”, fece una pausa-, anzi ce ne andiamo tutti a casa perché è da stamattina che stiamo dentro ‘sto posto fetente e tenimm a panza chiena di zoccole, mariuoli, ricchioni e derubbati vari che pretendono ca mmò mmò arrestiamo i mariuoli e riconsegnamo la refurtiva. Ci mancavate soltanto voi cu sta sfaccimme e Lambretta. E’ o vero Nicò?

E quello senza smettere di smanettare l’unghia assentiva accompagnando il su e giù della testa con mugugni che sembravano grugniti.

- Ma cavemo rubbata ahò? Ma. come te lo dovemo di` che l`avemo trovata? – risposi recitando insofferenza .

-Ue`ue`, embè? Che si risponde co ‘sto tono al commissario? Statt accuort e fa meno o` spiritoso guagliò! - mi rimproverò baffetto dopo aver soffiato i rimasugli delle pellecchie scardinate dalle unghia.

-E chi lo sta a fa lo spiritoso!? Se è lui che nun me crede che ce posso fa io!?-

-Lassa fa` Nicò! - Intervenne il commissario - tanto tra poco viene il padre e co 'na ripassatina di schiaffoni lo mette a posto lui!- Disse mimando il gesto degli schiaffi.

Della frase avevo colto soltanto la parola “padre”, e il movimento della mano che lenta sferzava l’aria. E questo fu sufficiente per farmi calare la cresta.

I lineamenti del mio viso s'indurirono, spostai con le dita aperte i lunghi capelli che mi erano scivolati sul viso, calai lo sguardo a terra dirigendolo sulla punta degli scarponcini, poi gettò di sottecchi uno sguardo prima sul Macellaretto e poi Cita, tirai un lungo sospiro che somigliava a uno sbuffo e iniziai a muovere nervosamente le gambe. Lo spavaldo che poco prima rispondeva a tono al commissario non c’era più, era sparito rimpicciolendosi sempre di più su quella sedia.

Non è che mio padre mi avesse mai picchiato sonoramente. Qualche schiaffone o delle tirate d’orecchie per essere rientrato tardi la sera o per delle risposte sgarbate, ma mai botte vere e proprie; per quelle avrebbe provveduto sicuramente mio fratello più grande.

Il commissario continuava a parlare ma preso com’ero a raccogliere i rumori che provenivano dalle scale e dai corridoi da dove, da un momento all’altro, sarebbero apparse le botte non lo stavo più a sentire.

E le botte fecero ingresso.

Entrarono prima quelle portate dal padre di Gigi. Quasi contemporaneamente quelle del padre di Alberto che dall’espressione del viso non dovevano essere poche.

Per un momento vissi la speranza che mio padre non ci fosse, ma non feci in tempo a tirare un sospiro di sollievo che la speranza però morì scontrandosi con la figura fermo sulla porta.

La faccia scura e il passo svelto e pesante con il quale si dirigeva verso di me, mi fecero ripiegare su stesso e le braccia avvolsero la testa.

Al primo schiaffone il mio “ahia” andò a raggiungere quelli di Gigi e Alberto. Al secondo farfugliai qualcosa sull’estraneità al furto… dopo il terzo non fui più in nelle condizioni di contarne altri mi rannicchiai con la schiena curva e sperai che la ripassatina terminasse presto .

Ad un certo punto Gigi disse basta e ammise il furto. E la cosa invece di ammansire il padre lo fece ancora più infuriare

-Ah allora l'hai rubbata! – Disse scaricandogli addosso uno schiaffone.

-Vabbè vabbè, nun le rubbo più le Lambrette…te lo giuro nun le rubbo più- Fece Gigi lamentoso come un vitello al mattatoio.

- Tu nun devi rubbà più gnente, altro che le Lambrette! - Urlava il padre - Sennò te tajo le mani! -

Per fortuna che a salvarci, intervenne il commissario.

-Bhè. Mò basta! E che madonna, li volete ammazzare?- Disse con tono autorevole-penso che abbiano capito `a lezione e non lo faranno più. E’ o vero che non lo fate più? –Chiese con tono paterno

-No no, nun lo famo più.- Assicurammo veloci in una voce sola.

Avevamo 12 anni.

di Antonio Mancini


 
 
 

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