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La lametta e la madama

  • 21 lug 2016
  • Tempo di lettura: 1 min

Uscivamo a rubare un paio di volte al mese e con la pratica trovavamo sempre nuovi metodi per scardinare porte, finestre o velocizzare l’uso dello sgarratore quando attaccavamo le saracinesche dei negozi..

Evitavamo di raccontare agli altri i nostri lavori e metodi operativi per evitare di ricevere critiche dagli espertoni con la faccia da lametta ma ci ripromettevamo di atteggiarci quando avremmo imparato tutte le malizie del mestiere.

Gli attrezzi per le ruberie li tenevamo in un borsone sportivo nascosto dentro la cantina di Claudio. Stabilita la zona dove colpire, partivamo da S. Basilio a bordo di auto rubate se ne avevamo a disposizione o in autobus.

Con il borsone degli attrezzi in spalla, cercando di non dare troppo nell’occhio, ci mettevamo alla ricerca di un palazzo con il portone aperto e senza il portinaio di guardia. Una volta scelto l’edificio che faceva al caso nostro, premevamo un tasto a caso sul pulsantiera del citofono: Driiin…Driìin…due suonate come i postini. Se dall’appartamento rispondevano, ci inventavamo un nome a caso: Consuelo o Piermaria, chiedevamo scusa e passavamo oltre. Se invece nessuno rispondeva, entravamo nel palazzo, salivamo le scale, mettevamo all’opera i grossi cacciaviti che in gergo erano chiamati gli spezzi, e un piccolo piede di porco con i quali scardinavamo la porta. Alberto restava sul pianerottolo a fare da palo, io, Gigi e Claudio entravamo dentro, razziavamo quanto c’era da razziare e ce ne andavamo via...

di Antonio Mancini


 
 
 

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ANTONIO MANCINI

ATTRAVERSARE LA NOTTE

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